San Faustino martire, patrono dei Pontederesi
Le spoglie mortali di S. Faustino, estratte dal cimitero romano di
S. Ciriaco, nel 1660 furono assegnate dal Prefetto del
Sacrario Apostolico alla compagnia dei SS. Sebastiano e Rocco
di Pontedera, detta dei “Bianchi”. La domenica 8
agosto di quell’anno centinaia di incappati delle
confraternite pontederesi e dei paesi vicini, insieme ad una folla
incontenibile di fedeli, portò in processione la cassa delle
reliquie arrivata da Roma la sera precedente. In ricordo di
questo evento la festa del santo fu fissata alla prima
domenica di agosto ed i nostri vecchi usavano dire che la sera
del sabato precedente bisognava far festa perché “arrivava S.
Faustino”. Il 28 maggio 1801 il popolo ed il clero di
Pontedera, col consenso dell’arcivescovo di Pisa Angelo Franceschi,
elessero S. Faustino patrono di tutti i
Pontederesi.
Dal 1968 la sua festa è stata trasferita al secondo giovedì di
ottobre. Il trasferimento all’autunno si rese necessario
perché aveva poco senso festeggiare il patrono quando, per i mutati
ritmi della vita, la città era pressoché deserta a causa delle ferie,
e, d’altra parte, ai primi di ottobre riprendevano a pieno ritmo tutte
le attività (scuole comprese). Altrettanto sembrò opportuno
scindere la festa patronale dalla domenica che doveva
restare esclusivamente il “giorno del Signore”, ma anche
avvicinarla alla Fiera (il primo giovedì dopo S.
Luca), ma senza sovrapporla né confonderla, per tenere distinto il
sacro dal profano.
La vita di Faustino ci è quasi del tutto sconosciuta,
tanto che i nostri antenati avevano finito per confonderlo con S.
Faustino di Brescia o per attribuirgli caratteristiche fantasiose come
l’essere un soldato romano o fratello di S. Valentino e di S.
Ubaldesca, patroni rispettivamente di Bientina e Calcinaia. Addirittura
si diceva che il suo scheletro mancasse della testa, perché nell’antica
sistemazione delle ossa nell’urna il cranio era stato ricoperto da una
maschera di cartapesta, poi tolta durante la ricognizione effettuata
dopo la II guerra mondiale. Oltretutto nel Seicento la raccolta delle
ossa inumate nelle catacombe non era effettuata con i criteri con cui
oggi si procede ad uno scavo archeologico, per cui anche i dati
ricavabili dalle caratteristiche della sua tomba sono andati perduti.
Forse anche il nome “Faustus” indica uno dei tanti “lieti” di aver dato
la vita per la fede in Cristo Gesù.
Ma che senso ha, allora, venerare un santo di cui non si sa nulla?
Quelle donne e quegli uomini che la Chiesa ha dichiarato santi, sono
coloro che per il loro «singolare esercizio delle virtù cristiane» sono
stati proposti a tutti i fedeli come modelli da imitare (cfr. LG, 50);
ma come possiamo imitare un personaggio la cui vita ci è quasi del
tutto sconosciuta?
In realtà di S. Faustino sappiamo due cose fondamentali: era un
giovane, come dimostra la struttura delle sue ossa, ed è vissuto da
cristiano in un’epoca (presumibilmente il III secolo) in cui essere
cristiani significava mettere a rischio la vita; la tradizione ce lo ha
consegnato come martire, cioè ucciso a causa della sua fede; ma se
anche fosse morto di morte naturale, Faustino resta comunque uno di
quegli eroici primi cristiani che accettavano il rischio di una
condanna a morte pur di seguire il Vangelo.
S. Faustino, insomma, è per la comunità cristiana di Pontedera il segno
concreto di una storia ininterrotta cominciata sul Golgota quando era
imperatore Tiberio Augusto e Ponzio Pilato governatore della Palestina,
e da lì dipanatasi attraverso la vita e le opere di grandi personaggi
come gli Apostoli o i grandi santi del calendario, ma anche di tante
persone anonime, come il nostro Faustino o quei Pontederesi del
Seicento iniziatori del suo culto, grazie ai quali il Vangelo è
arrivato fino al III millennio.
Per i cristiani di oggi venerare S. Faustino significa sentirsi
inseriti in questo cammino secolare della Chiesa e quindi impegnati a
trasmettere alle generazioni future la fede ricevuta da chi li ha
preceduti.
Prof. Morelli Paolo





