Circolo Letterario: l'appuntamento di novembre 2011
| Cosa | cultura |
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| Quando |
14/11/2011 20:00
14/11/2011 23:50
14/11/2011 da 20:00 al 23:50 |
| Dove | Biblioteca Comunale - Via Stazione Vecchia, 3 |
| Persona di riferimento | Silvia Bracaloni |
| Indirizzo e-mail per contatti | s.bracaloni@comune.pontedera.pi.it |
| Recapito telefonico per contatti | 058754346 |
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L CIRCOLO LETTERARIO
Nell’intenzione di rafforzare e ampliare sempre più il rapporto con gli utenti ed i lettori, la Biblioteca comunale di Pontedera, in collaborazione con Associazione Bibliografia e Informazione, Tagete edizioni e Associazione Orme Gialle, ha costituito un circolo letterario aperto a tutti coloro che amano i libri e amano parlarne, che desiderano confrontarsi con altri lettori e partecipare più attivamente alla vita culturale e letteraria. L’intento è quello di fare del circolo letterario un'occasione per discutere liberamente di letteratura, arte, storia, società ed ideare e realizzare insieme nuove occasioni culturali, come incontri con gli autori più amati ed altre personalità della cultura o del giornalismo, oltre ad ogni altra iniziativa che risulterà interessante e stimolante.
Lunedì 14 novembre 2011 alle ore 20,00 presso il Cineclub Agorà via Valtriani, 20 si terrà il prossimo incontro del circolo letterario, durante il quale assisteremo alla proiezione del film Tutta colpa di Giuda. Una commedia con musica di Davide Ferrario e parleremo del libro La gloria di Giuseppe Berto.
Giuseppe Berto (Mogliano Veneto, 27 dicembre 1914 – Roma, 1 novembre 1978) è uno dei più originali scrittori italiani fra gli anni Quaranta e Settanta. Combattente volontario in Africa nel ‘43, viene fatto prigioniero dalle forze alleate e rinchiuso in un fascist camp, nel Texas. Qui scrisse le sue prime opere narrative: racconti di guerra e di prigionia e due romanzi, Le opere di Dio e La perduta gente, titolo, quest'ultimo, poi mutato da Leo Longanesi in Il cielo è rosso, che, pubblicato nel 1947, diede subito a Berto un notevole successo
Laureato in lettere, egli lascia l’insegnamento per dedicarsi interamente alla scrittura: l’esperienza d’Africa ritorna nel diaristico Guerra in camicia nera (1955), in seguito al quale gli viene assegnata definitivamente l’etichetta di fascista. Con Il male oscuro (1964) vince i premi Viareggio e Campiello; successivamente, firma l’amaro La cosa buffa (1966), il celeberrimo Anonimo veneziano (1971), l’ironico Oh, Serafina! (1973)
Tra i più amati e avversati della sua generazione, anche per la sua giovanile adesione al fascismo, Berto seppe mantenere una sua posizione autonoma, allontanandosene disilluso dal dopoguerra, e sempre conservando una posizione ideologica libertaria, caparbiamente indipendente, controcorrente, al di fuori o al di sopra di ogni settarismo di parte, con una intransigenza che gli avrebbe procurato fatalmente tanti nemici. Né a molto valse la pubblicazione nel 1951, presso Einaudi, di un romanzo come Il brigante che, a dire dello stesso Berto, era stato con Le terre del Sacramento di Francesco Jovine «uno dei due romanzi marxisti della nostra letteratura». Né a rimuovere questa cortina di incomprensione e di imbarazzante ostracismo da parte di non poca della critica cosiddetta ufficiale, valse il travolgente consenso di pubblico verso romanzi come Il male oscuro, La cosa buffa, La gloria, il primo dei quali - titanica e al contempo tragicomica lotta contro la nevrosi - resta uno dei capolavori del Novecento italiano
La gloria (1978)
Berto, un Giuda
Stava sulle scatole a tutti e per questo lo hanno messo in soffitta a cadavere ancora fresco. Giuseppe Berto (1914-1978) era così: estremamente sé, estremamente solo.
Non uno stinco di santo, per carità, non di certo un monaco stilita. Per stare sotto ai riflettori avrebbe fatto di tutto. E di tutto ha fatto. E ha avuto la malaugurata sorte di mettersi a fare le pernacchie a Moravia e compagnia. Ma lui, Berto, non un “gigante” di certo, ma di certo uno dei molti splendidi “minori” che hanno fatto la nostra letteratura, la sua vitaccia se l’è vissuta. Il successo lo ha coltivato e per un po’ gli ha sorriso. E lui ci ha giocato con la fama, girandogli le spalle e ostentando il didietro, irriverente fino all’ultimo. Ecco, l’ultimo atto. È il 1978, Berto, nel pieno di una ennesima “bagarre” Maraini, muore. Due settimane prima Mondadori manda in libreria il suo ultimo libro, La gloria, eccentrica rilettura dei Vangeli dallo sguardo di Giuda. Il suo testamento? Forse. Sicuramente un tentativo di fare i conti con sé, di denudarsi. Ha ragione Dario Biagi, nella sua Vita scandalosa di Giuseppe Berto, Bollati Boringhieri, Torino 1999 quando scrive: «Pochi libri l’assorbirono, lo commossero mentre li scriveva, nella solitudine del suo eremo, come La gloria». Vero. Berto si smaschera, e lo fa con quel libro che egli voleva titolare Io, Giuda oppure Gloria di Giuda (fu Alcide Paolini della Mondadori a scegliere il titolo definitivo), e che se pareva reimpastare un suo dramma neppure troppo antico e per nulla compreso, cioè La passione secondo noi stessi, del 1972 (Rizzoli), in verità fa qualcosina di più.
Qualche considerazione a lato. Il Vangelo è un genere letterario a sé (cfr. Pius Ramon Tragan, La preistoria dei vangeli, Servitium, Milano 1999). Non è un libro strettamente storico (celebre la conclusione dello Jesus di Bultmann, 1926, per cui dai vangeli non ricaveremmo nulla del “Gesù storico”), non è solo un racconto allegorico, perché il contesto in cui la vicenda è situata è reale, realissimo, certo. È entrambe le cose. È una profezia realizzata.
Nella letteratura tout court, potremmo azzardare, esiste un “sottogenere” che è quello del midrash, del commento ai Vangeli. O agli apocrifi. Gli scrittori che s’impegnano in questo sottogenere ibrido solitamente piegano, “tradiscono” la loro lingua originaria per assecondarlo. Ci sono i commenti brevi in forma di racconto (ad esempio il racconto del 1946 di Dürrenmatt dedicato a un allucinato e grottesco Pilato, e che va a rimpolpare l’originario ciclo apocrifo o il testo di Alvaro Mutis, Prima che il gallo canti, in La casa di Araucaíma, 1978, in cui viene riletta in chiave moderna la vicenda di un Salvatore-operaio o ancora l’invenzione della Yourcenar che tratta della Maddalena e di Giovanni Battista in Fuochi, 1936), ci sono i vangeli veri e propri (vedi la modestissima prova di un autore del calibro di Norman Mailer, Il Vangelo secondo il Figlio, 1996), la cui vetta è toccata dal criticatissimo Vangelo secondo Gesù di Saramago, del 1992, in cui l’autore riscrive da par suo e partigianamente (da sogno di salvezza a incubo disumano di perdizione) la vicenda evangelica, usando molteplici fonti e con una lingua sontuosa, barocca, “finta”.
Rimangono ai margini due capolavori della lingua russa: l’inserzione “La leggenda del grande Inquisitore” nei Karamazov di Dostoevskij, e le porzioni del Maestro e Margherita di Bulgakov, in cui la vicenda di Pilato e di Giuda s’alterna, a dittico, a quella di Margherita.
L’eccezionalità dei due testi è irriducibile in riassunti; fatto è che il “genere vangelo” non c’entra per nulla: da un lato l’espansione romanzesca al cubo si traduce in sottilissima filosofia e dall’altro il racconto giunge a spaventose soluzioni formali.
Anche in Italia esiste qualcosa di simile. Tra la rilettura degli apocrifi di De Andrè (La buona novella, del 1970) e un misconosciuto romanzo di Vassalli (La notte del lupo, del 1998, sicuramente un testo sinistro e poco riuscito, ma che emana uno strano fascino, narrazione di un Giuda che torna trasfigurato – persino nell’atto folle di Alì Agca – più volte nella Storia), c’è un capolavoro del “genere” (ma che di generi ne usa ed abusa tantissimi, dalla spy story alla pièce teatrale), cioè Il quinto evangelio di Mario Pomilio, edito nel 1975. Proprio questa mi pare idealmente (riguardo al concetto strutturale del romanzo siamo lontanissimi) la “fonte” del Giuda di Berto. E non a caso. Berto stimava assai Pomilio e questi era stato uno dei “pochi ma buoni” che spesero lodevolissime parole all’uscita del Male oscuro. Ma era anche, e anche qui non a caso, rimasto freddo dopo aver letto La gloria, autunnale reazione che colpì molto Berto. Il Giuda di
Pomilio, che fa ingresso in una ipotetica e suggestiva porzione scenica alla fine del romanzo, è il capro espiatorio: «Se ci badate, nella Passione ci sono due morti, la mia e quella di Gesù, e ambedue, pare, necessarie al piano di salvezza: come se, per poter dire “Li ho salvati tutti”, fosse occorsa prima la vittima, il destinato alla caduta». Il momento in cui Giuda va dai sacerdoti a consegnare Gesù diviene il momento decisivo affinché il Cristo venga riconosciuto come tale, che spicchi la sua divinità, infatti «il bacio stesso diventa un momento d’alta emozione, è un addio dato all’uomo in vista del mito». Il Giuda di Berto si allinea a questa interpretazione, con delle non inutili differenze. Il Giuda di Berto, a differenza di quello di Pomilio, crede («Io, ormai, credevo») e ama Gesù («E tuttavia Ti amavo, molto più di quanto non Ti amasse Giovanni, sconfinatamente»; diversamente alla quasi totalità degli scrittori che si sono cimentati nel commento dei vangeli, Berto descrive Gesù come una persona eccezionale, carismatica, eccelsa). Crede e ama più di tutti gli altri discepoli. Con Gesù ha avuto un dialogo intenso e intimo, come Gesù si è sentito “chiamato”. Ma a un dialogo senza risposta con l’Eterno («O la tua voce è il silenzio?»).
Nella sua personale riscrittura dei fatti, Berto usa materiali “sporchi”, che donano un’aura sinistra, obliqua, a tutta la narrazione. La sua Bibbia di riferimento è una antica traduzione protestante (secondo la testimonianza di don Pasquale Russo raccolta da Biagi), per altri testi (Ecclesiaste, Giobbe e Salmi), che egli riscrive mettendoli in bocca a un Giuda giobbesco e pochissimo paziente, usa le icastiche versioni di Guido Ceronetti, con tutta quella loro atmostera “gnostica”. Linguisticamente dimentica se stesso. Dimentica la scrittura del Male oscuro (benché di «oscuro male» si dica a proposito di Giuda), ne rischia una nuova. Tersa, limpida, ferma. I cui abissi sono tutti interni, da scoprire tra le parole-travi. Vedere cosa c’è sotto la pavimentazione. Vi è poi un’altra fonte, taciuta, mai detta, forse solo inconscia. È quella del vangelo copto di Tommaso, tra le più succulente scoperte di Nag Hammadi dopo la Seconda guerra, redatto come lo conosciamo tra il 100 e il 120 dopo Cristo, ma che serve da puntello all’ipotesi della “Q”, cioè una tradizione letteraria che starebbe a mezzo tra le raccolte disparate dei “detti” del Cristo e la fusione di questi in una cornice narrativa (i vangeli così come a noi noti). Il vangelo di Tommaso, che raccoglie appunto una serie di “parole” pronunciate dal Cristo, ha parecchi punti di contatto con i sinottici. Solo, verticalizza i valori, esalta, complica, sparge sensi imprevisti. Si mette nella schiera di esempi “sinistri” o gnostici a cui s’aggrappa Berto. A volte davvero letteralmente (come, ad esempio, in questi casi: «L’Unto è, ma non può rivelarsi se non completato da tutti»; «il principio vitale che Tu impersoni è, a conti fatti, un principio di morte: l’unica vita è la vita eterna»). Vi è poi quel detto del vangelo di Tommaso che ci aiuta, incrociando le fonti, a comprendere il Giuda di Berto: «Maria domandò a Gesù: “A chi assomigliano i tuoi discepoli?”. Egli rispose: “Sono simili a bambini che si intrattengono in un campo che non appartiene a loro”». In questo senso Giuda, il più scaltro, il più furbo, è colui che sa bene cosa accade in quel campo. È, per giunta, l’unico che comprende Gesù.
Storia antica quella del Giuda come più fedele dei discepoli. È lui infatti, assieme a Pietro, il coprotagonista di maggior spicco nella vicenda evangelica. Se Giuda è ottusamente fedele, cioè asseconda la sua sorte senza domande e per questo si perde, valica la tenebra e si uccide, come racconta il solo Matteo, Pietro, che è sia colui che riconosce prima di tutti la verità di Gesù il Cristo, ma anche colui che lo tradisce non una ma tre volte, sia il fedele intransigente sia l’uomo titubante, è davvero figura del cristiano, cioè di quell’essere che ha la capacità di “convertirsi”, di modificare il proprio cammino.
Giuda è il più fedele dei Discepoli. «Lui lo sapeva che la sua gloria sarebbe stata dovuta anche a quel che io pagavo in ignominia e dannazione eterna», scrive Berto. Lo scrittore, che fa a pugni specialmente con il vangelo di Giovanni, di certo non ha ignorato quei tre passaggi nevralgici di quel testo in cui si compie il rapporto tra Giuda e Gesù. Da quando Gesù lo riconosce tra i dodici, ne dice sia la malvagità sia l’incontestabile importanza nel suo progetto di gloria (Gv 6, 70-71: «“Non ho forse scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!”. Egli parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: questi infatti stava per tradirlo, uno dei Dodici»), alla lavanda di Betania (Gv 12), in cui Giuda si lamenta che dell’unguento prezioso per ricavarne denaro per gli sfortunati venga utilizzato per lustrare i piedi del Cristo. Se l’episodio prepara la sepoltura del Figlio di Dio, vero è che Giuda, secondo una lettura alternativa, potrebbe aver ritenuto l’atto della lavanda di scarsa importanza: che bisogno c’è di predisporre al sepolcro un corpo che sarebbe risorto? Giuda, l’unico credente. Il culmine del raporto si ha in Gv 13, 27-31 (l’unico che ricordi questo evento: per gli altri evangelisti Giuda è semplicemente una personificazione della malvagità umana, un emissario di Satana), quando Gesù, durante l’Ultima Cena dà a Giuda il compito di “venderlo” affinché venga catturato e crocefisso, Gesù esplode nella frase che avrà dato carburante a Berto: «Quand’egli fu uscito, Gesù disse: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui”». Subito dopo segue, non casualmente, la rivelazione del triplice tradimento di Pietro. Appena prima eravamo stati avvisati che, mangiando il boccone offertogli da Gesù «satana entrò in lui» (Gv 13, 27), penetrò nell’animo di Giuda. Ma il pezzo di pane glielo dona il Figlio di Dio. Uno spicchio di tenebra, un’azione di satana (che in qualche modo compie la gloria del Cristo) è necessaria al compimento degli eventi. E ci vuole un uomo abbastanza netto e scaltro (e fedele) per fare da capro espiatorio. Ad un certo momento Berto fa dire al suo Giuda: «Io sono la tenebra, Gesù». Carlo Bo, in uno scritto piuttosto algido, paragonava la fatica di Berto alla vicenda di Renan, che in verità con il Nostro ci cozza pochissimo, e poi scrisse «ci sembra di capire che ancora una volta si trovi in questo libro ribadito il concetto che il Vangelo è un libro senza possibilità alcuna di applicazione, che Cristo ha predicato una verità che alla fine si dimostra illusoria e vana». Il libro è un tantino più complesso di quanto lo descrive l’illustre critico. Tanto che la speculazione attorno alla verità vera o presunta del Cristo, che in realtà corre un po’ troppo spedita negli ultimi capitoli perdendo di chiarezza e tenore, non si risolve, rimane così, aerea, eterna, antica. Berto cioè non fa che risuonare la domanda che sta al fondamento della religione cristiana, quella in cui il Cristo ha chiesto e continua a chiedere “Chi credete che io sia?”. Da quella risposta, o da quella titubanza dipendono le sorti di un rapporto privilegiato e personale con il Padre. In quella domanda, travisando il fatto e leggendolo con altra lente, si legge la vicenda di Berto. E anche una idea della scrittura. Lo scrittore cioè, con una ottusità allo stesso tempo tremenda e illustre, tradisce gli uomini e se stesso per fare la volontà, la gloria, della letteratura. In questa fosca strada, senza ritorno, radicale, assoluta, si dissipa, si scinde, muore. In una intervista a Sergio Valentini per Il Giorno, 3 aprile 1969, così disse Berto: «I letterati mi fanno paura, quasi tutti sono più colti di me, sono più intelligenti di me, magari hanno meno sensibilità; ma loro, a furia di cultura e di intelligenza, riescono immediatamente a dimostrare qualsiasi cosa, e poi ognuno di loro ha il suo clan che lo protegge. A me occorrono lunghe meditazioni solitarie prima che arrivi a spiegare la mia verità».
Berto, un Giuda.
Davide Brullo
Tutta colpa di Giuda. Una commedia con musica
di Davide Ferrario con Kasia Smutniak, Fabio Troiano, Gianluca Gobbi, Cristiano Godano, Luciana Littizzetto, drammatico, durata 102 min. – Italia 2008
Il musical su Gesù senza traditore
Se uno non riconoscesse gli attori "veri" - Kasia Smutniak, Fabio Troiano, Gianluca Gobbi, Luciana Littizzetto - farebbe fatica a distinguere tra professionisti e non. Cioè a capire che tutti o quasi tutti gli altri sono veri detenuti del vero carcere di Torino dove il film è stato girato. Due cose, quindi, si segnalano subito di Tutta colpa di Giuda. La particolarità dell' ambientazione reale (ma dentro a un caso quantomai anomalo di "cinema-verità", contaminato addirittura con il musical cantato, coreografato, ballato); la cui riuscita deve molto all' esperienza accumulata da Ferrario nel tenere da una decina di anni corsi di formazione professionale prima a San Vittore e poi alle Vallette. Ciò che gli permette di avere e trasmettere una percezione molto vera della vita dentro l'universo carcerario, compresa quella degli operatori ad esso addetti. La seconda cosa che si fa subito notare è, appunto, la scommessa riuscita dell'amalgama tra attori di mestiere e attori dilettanti e improvvisati. Ferrario immagina, con autoironica citazione della propria esperienza, una regista teatrale d'avanguardia giovane e carina e non italiana (Smutniak) che accetta l'incarico di allestire con un gruppo di detenuti una recita pasquale che ha per tema la Passione di Gesù. Propostole da un cappellano animato da moderno attivismo e tollerato dal sornione scetticismo del direttore: ma il primo si rivelerà meno moderno e il secondo meno scettico delle prime apparenze. Ma Irena (è il nome della regista) trova davanti a sé uno scoglio tanto decisivo quanto paradossale, comico e infine liberatorio: la obbliga a liberarsi di diaframmi, sovrastrutture e grilli "artistici" per la testa. Nessuno in quel contesto, assolutamente nessuno è disposto a recitare il ruolo di Giuda. Perché allora, si dice Irena a partire da qui, non immaginare una storia di Gesù "alternativa"? Senza il tradimento, senza l'espiazione, senza la morte? I colpi di scena non vanno svelati ma è facile immaginare che non l'esito ma il percorso è ciò che veramente conta per tutti i partecipanti all'impresa. Qualcuno potrà dire che la carne al fuoco è tanta o troppa rispetto a una struttura così leggera. Ma il suggerimento e la suggestione sono emozionanti.
Paolo D’Agostini, la Repubblica, 10 aprile 2009
Informazioni dal circolo letterario
Più copie del volume, fatte pervenire dalle biblioteche di Bibliolandia, sono disponibili per il prestito presso la Biblioteca comunale di Pontedera.
E' possibile verificare telefonicamente al n. 0587 54346 la disponibilità dei volumi.
Per chi volesse acquistare il volume scelto dal circolo, le due librerie di Pontedera, la Libreria Carrara, Via XX Settembre, 17, Tel. 0587 52410 e la Libreria Roma, Via della Misericordia, 18, Tel. 0587 52446, offrono ai partecipanti al Circolo letterario lo sconto del 10% sul prezzo di copertina.
CONTATTI
Info:
Silvia Bracaloni
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Biblioteca Comunale di Pontedera
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56025 Pontedera (PI)
Tel. 0587 54346 Fax 0587 52386


