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Daniela Maccheroni "Una folle poesia"

creato da settore_7 ultima modifica 27/08/2010 09:55
Cosa
Quando 11/09/2010 17:30 al
02/10/2010 19:00
Dove Centro per l'Arte Otello Cirri - Via Stazione Vecchia 6 - Pontedera
Persona di riferimento Silvia Guidi
Indirizzo e-mail per contatti
Recapito telefonico per contatti 058757282
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Centro per l'Arte Otello Cirri

Via Stazione Vecchia 6 Pontedera

Apertura lunedì/ sabato
Orario: 10.00/13.00 - 16.00/19.00
Domenica 16.00/19.00


Daniela Maccheroni è nata a Pisa il 23 luglio 1949. Ha conseguito la maturità artistica all’Istituto Statale d’Arte di Pisa nel 1969. Allieva del pittore Mino Rosi di Pisa, del pittore Sineo Gemignani di Empoli e del pittore Piero Bernardini di Pisa. Ha frequentato periodicamente l’Accademia di Belle Arti di Firenze. Successivamente ha insegnato materie artistiche per quasi quindici anni nelle scuole medie e superiori. Incline per natura all’arte figurativa, si dedica alla pittura partecipando a varie mostre collettive ottenendo vari premi e segnalazioni. A ventuno anni presenta al pubblico pisano la prima mostra personale alla Galleria Lo Stellino di Pisa, nel 1977 una personale a Palazzo Gambacorti. Negli anni ’80 una mostra personale nella Galleria Artecasa di Pisa. Nel 1992 e 1994 personali a Palazzo Gambacorti di Pisa. Nel 2002 presenta una raccolta di 22 dipinti nella celebre chiesetta di Santa Maria della Spina. Nel 2003 espone una raccolta di chine e dipinti al teatro Lux di Pisa. Nel novembre-dicembre del 2004 una personale presso il Royal Victoria Hotel di Pisa. È del 2005 la mostra allestita ad Empoli presso il Centro Culturale della Misericordia. Nell’agosto 2005 alla Chelsea Gallery in King’s Road si è inaugurata la sua ultima mostra dal titolo “Il mondo misterioso di Daniela”.

 

Il mondo inquietante di Daniela Maccheroni

di Dino Carlesi

dal catalogo della mostra "Espressionismo ed esistenzialismo di Daniela Maccheroni"

Esiste una Pisa sonnacchiosa che spesso non riesce a individuare e a capire quei valori che sorprendentemente qualcuno si porta in seno, finché non giunge un momento in cui le cose vengono messe a fuoco perché emergano con estrema naturalezza. Questo è accaduto per quanto riguarda Daniela Maccheroni che da oltre trent’anni dipinge senza aver mai trovato quell’attenzione pubblica che ritengo essa meriti. Dietro l’apparente ingenuità della sua pittura fermentano evidentemente varie tensioni personali e s’intrecciano varie e contrastanti visioni psicologiche, tali da arricchire il suo lavoro di una strana singolarità e da suscitare in chi guarda una curiosità che va ben oltre il banale compiacimento di chi di solito si trova davanti a tele che evidenziano una chiara origine dilettantistica. La Maccheroni ha un suo mondo di fole da raccontare e che ella trasferisce nelle immagini e nelle situazioni che va realizzando, in modo che ne nasca un lungo e complesso racconto di storia umana espresso nella raffigurazione di simboli che consentono di risalire ad una storia personale di estremo e doloroso interesse. Anche perché l’esistenza e la pittura dell’artista vengono in questo caso a coincidere con precisione straordinaria. Al fondo del temperamento della Maccheroni si agitano ingorghi e paure, luci ed ombre, progetti e pietà, allarmi e ansie liberatorie: il suo modo di dipingere tradisce queste sue consequenziali problematiche interiori con dovizia di particolari, una specie di obbligata confessione che ha la forza della ingenuità, anche se non sempre sorretta da un altrettanto vigore linguistico e stilistico. Ma quel suo mondo interno riesce a suggerirle i modi per andare fuori dalle regole abituali, cioè porsi al di sopra della comune banalità espressiva dilettantistica per toccare visioni di rara suggestione visiva. Come sempre accade ai pittori che più che leggere la realtà nelle sue linee naturalistiche intendono leggerla nei suoi ingorghi interni di esistenzialità umana, anche la nostra pittrice non ha mai voluto aprire un rapporto con le correnti e gli stili della sua epoca e tanto meno col mercato. Evita i modelli decorativi e gli elementi di successo per chiudersi in una sua particolare naïveté illuminata da strane apparizioni, con autoritratti al limite del gioco e dell’ironia più atroce, addirittura ricorrendo spesso a strani episodi di fantomatiche presenze o inquietanti accadimenti. L’opera della Maccheroni risponde ad una linea precisa di primitività e di ingenuità, ma la sua passione la fa assurgere a forme di espressività contorte ed aspre, come ella fosse mossa da una sua antica rabbia e dal profondo desiderio di denunziare qualche ingiustizia o qualche torbido fatto della Storia: da qui il contorcimento buffonesco di certi suoi autoritratti con cappelli fuori moda, con le sue pose discinte quasi per un anelito di liberatori atteggiamenti: ecco i serpenti che le si attorcigliano al collo oppure la rudimentale scena di un parto selvaggio con la testa affiorante del nascituro verso una vita infausta, ecco la cattiva ed immaginaria operazione di “lobotomia” tendente ad ipotecare in modo perverso l’annullamento della personalità umana. L’artista odia la segregazione, pensa quanto l’uomo stia soffrendo la perdita della propria totale libertà, immaginata in senso fisico e mentale, quasi esasperando il tema dell’emarginazione, della solitudine senza fine, su una terra in cui è d’obbligo il furore per un travaglio continuo, per un inferno che “mai non resta”. Pare che i personaggi (compresa l’autrice, salvata appena dall’autoironia) siano travolti da fatali destini di disarmonia psicologica che imprimono all’ingenuità un carattere di estrema dolorosità: e qui l’ingenuità viene a coincidere con un innato bisogno di verità, in modo che la natura non possa mai apparire perfetta ma dominata da una sua interna maledizione. È ovvio che, come i suoi personaggi, anche l’artista preferisca vivere in questa fase della vita in un suo isolamento quasi totale, superando però il provincialismo in nome di queste tematiche generali che l’assillano e anche per gli aspetti dominanti di una personalità che attinge ad un innato espressionismo. Tra l’altro la sincerità della Maccheroni non ha risentito del fatto che la società oggi tende a omologare anche qualsiasi naïveté includendola in una casistica storicizzata ed accettata come fatto particolare di una data cultura storica: l’autrice è indenne da intendimenti accomodanti o da qualsivoglia operazioni di moderato incantamento. Perfino le opere di chiaro intento descrittivo giungono a sfiorare un espressionismo che non è “di maniera” ma svettante e clamoroso: la “Chiesa della Spina” ha un suo fascino particolare per l’inattesa esplosione coloristica della luce del lampione e del selciato e per il gioco dello spazio che ingoia ogni volume chiudendolo tra case e fiume. Sorprendente anche l’arco dei due lungarni stretti tra i riflessi dell’acqua e il celeste cupo del cielo, lontani dalla rituale curvatura pubblicitaria e trasferiti in un’atmosfera quasi irreale. Alcune “nature morte” riconducono ad un equilibrio controllato scrupolosamente, con le mercanzie elegantemente dipinte (“Composizione con tappeto”, 2004; “Composizione con galletto”, 2004; “Salotto con fiori”, 2003). E puntualmente descrittive appaiono le chine e, in genere, i disegni, pungenti e correttamente eseguiti in nome di un improvviso ed accurato realismo grafico che riporta le figure ad un gioco imprevisto di trovate e di smorfie facciali che rivelano lo spirito pungente e autocritico di questa pittrice solitaria. Ne esce un repertorio degno di attenzione, da decenni puntualmente presentato con lo slancio tipico di chi ha urgenza di comunicare segnali inquietanti e veritieri, legato ad un’indole originale e non muffabile capace di rendere drammatica anche l’osservazione più semplice del mondo. I colori puntano su scelte precise e talvolta esasperate, colori trattati con l’impeto con cui si emette un grido, con una forza emotiva che emerge urgente e perentoria, anche nel disegno, nella tempera e nell’acquarello. Maggiore attenzione e ordine l’autrice pone nell’esecuzione a olio, quasi il colore e la tecnica si dovessero adeguare alla serietà del tema, alla sobrietà di un giardino, di un prato, di un orto. Credo sia opportuno prendere atto del lavoro di questa segreta pittrice pisana, tutta raccolta in un suo intimismo esemplare per serietà ed originalità di lavoro. Ella non ha guardato attorno a sé per cogliere modelli di comodo o tendenze assimilabili o comparazioni inutili: la Maccheroni – al di là del valore delle sue tecniche compositive e anche dell’intensità emotiva che i suoi risultati offrono – sa scegliere con limpidezza naturale le sue potenzialità interiori, rivelando anche un talento pensieroso e inedito che ne fa una presenza singolare nel quadro della pittura pisana e toscana. Il fatto che se ne sia parlato poco fino ad oggi rientra nella normalità delle vicende confuse e contorte del nostro tempo, specie se teniamo conto che il problema mercantile le è stato fino ad ora completamente estraneo. Il talento seguita ad essere coltivato dentro – anche se non appare – attraverso una continua e non superficiale riflessione sugli aspetti di una realtà umana che le appare in tutta la sua funesta drammaticità e che le suggerisce visioni anche allucinanti risolte con grande libertà stilistica e con giochi non comuni di luci e ombre che attingono ad una verità esistenziale non comune. La pittrice non conosce le raffinatezze della pittura salottiera, non gradisce l’accademismo di moda, evita la decorazione di studio e l’eleganza perbenistica di certo manierismo toscano, ma entra con irruenza nel mondo sanguigno delle verità urgenti da raccontare, a costo di non piacere immediatamente ad una prima lettura. Capirla vuol dire intendere la calcolata innocenza di chi vuole drammatizzare il linguaggio proprio per non quietarlo nella falsa e moderata rappresentazione di una verità che in realtà è esasperatamente dolorosa. In questo senso il suo lavoro si fa dramma e denunzia, arrembaggio e lacerazione di sentimenti e di vita, respiro di un manicomio collettivo: la serenità è ancora lontana, forse irraggiungibile, il cuore è dilaniato. Non resta che la confessione di una vita, di cui gli autoritratti tradiscono i tempi e i modi, cioè appaiono come la testimonianza più immediata di un’esistenza travagliata. Mi è parso giusto parlare di questo ingiusto silenzio.

Dino Carlesi

Ulteriori informazioni su questo evento…



Parco Eolico di Pontedera
Energia prodotta dal parco in KWH il giorno 28/05/2012

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