- Dove nascono i nostri fiumi: il Voltraio e il Falterona
- Pontedera città d’acqua
- Usciana e altre storie
- I tagli le bonifiche e i certosini
- 1554, quando Piero Strozzi passo l’Arno
- La navigazione in Arno e il Raspamota
- Storia dei nostri ponti
- Tutti al fiume, i bagni di diladdarno
- Bella di Mai
- Pesci e ricette
- Memorie d’acqua, i bagni in Era
- La Rotta, un paese di mattonai
- Quando passò il fronte (18 luglio – 1 settembre 1944)
- 4 novembre 1966: il giorno del diluvio
- Il battello “Andrea da Pontedera”
- I canottieri
- Testi: Michele Quirici
Dove nascono i nostri fiumi: il Voltraio e il Falterona
Il fiume Era, dalle nostre parti, non ha bisogno di presentazioni e in molti sanno che finisce la sua “corsa” nelle braccia del suo “fratello” Arno a Pontedera. Lungo 54 chilometri comincia il suo viaggio nei pressi del Monte Voltraio, tre chilometri ad est di Volterra e con le sue acque forma e “sorveglia” la sua valle: la Valdera. La nostra città deve molto ai suoi fiumi ed in particolare a questo, che l’ha resa “famosa” e gli ha dato i natali. Scriveva Giovanni Targioni Tozzetti (1712-1783), medico e naturalista fiorentino, “nell’autunno dell’Anno 1742”, nel suo celebre volume di viaggi: “Il Pontadera è una delle migliori Terre di Toscana, molto Mercantile, che prese il nome dal contiguo Ponte fabbricato sull’Era, fiume grosso e pericoloso. Molti altri luoghi della Toscana si denominano da qualche Ponte, perché i Ponti sono troppo necessari nelle strade, e non si possono fabbricare con piccola spesa, né dovunque si voglia, e per lo più uno serve a molte Comunità, ed a più strade che in esso fanno capo. Quindi è, che vicino ai Ponti, per comodo de’ Viandanti, vi suol’essere d’ordinario l’Osteria, la Bottega del Marescalco ec. e altre abitazioni, le quali se crescono di numero, ecco formato un Villaggio, che poi successivamente diviene Castello ec. Il Pontadera dev’essere principiato in tal guisa, e siccome il suo posto è vantaggiosissimo per la Popolazione, e per il Commercio, perché è sulla strada Pisana, accanto all’unico necessarissimo Ponte dell’Era, a portata della strada delle Colline di Volterra, e della Valdinievole, a poco a poco dai circonvicini luoghi vi sono concorsi abitatori, ed è giunto presentemente all’ampiezza, e bellezza piuttosto di Città, che di Terra”. Il professor Giuseppe Giuli (1778-1842), medico ed insigne botanico originario di Lorenzana, così racconta la nascita del nostro fiume: “L’Era ha origine da due Torrentelli, situato il primo nelle pendici di Pignano è detto Era-viva: l’altro è detto Era-morta che viene fuori fra S. Anastasio, e Spicchiajola alla base di Monte Miccioli”. Se dall’Era, ultimo affluente dell’Arno, e dal celebre ponte che ne permette da secoli l’attraversamento, la città ha preso il nome, questo luogo può vantare anche di essere “bagnato” dal maggior fiume di Toscana: l’Arno. Sua “maestà” nasce sul Monte Falterona (m. 1654), al confine tra Casentino e Mugello. La sorgente detta “Capo d’Arno” si trova a quota 1358 metri, in questo luogo si trova anche una lapide con alcuni versi del sommo poeta: “Ed io: per mezza Toscana si spazia/ un fiumicel che nasce in Falterona/ e cento miglia di corso nol sazia”. (Dante Alighieri, Divina Commedia, Purgatorio, Canto XIV). L’Arno è lungo 241 chilometri e qui a Pontedera riceve il suo ultimo affluente: l’Era. Quando i due fiumi si incontrano, l’acqua che viene dal volterrano si mescola con quella che viene dall’aretino e dal fiorentino e tutto si “amalgama”: le storie, quelle segrete e quelle celebri, le parole vivaci e quelle non dette… e tutto corre verso il mare.
Pontedera città d’acqua
Dal momento della sua nascita Pontedera ha avuto un rapporto viscerale con l’elemento che maggiormente influenza la vita: l’acqua. La nostra terra deve il suo nome ad un ponte su un fiume, inoltre si “affaccia” sul più grande corso d’acqua della Toscana: l’Arno, eppure, qui l’approvvigionamento idrico è sempre stato un problema che si è cercato di risolvere in mille modi: costruendo pozzi, cisterne e cercando di canalizzare l’acqua. Molti di questi tentativi venivano vanificati dal fatto che, anche se si trovava il prezioso elemento, non era potabile. Nel medioevo la fortificazione medievale a guardia del ponte, che fu più volte contesa tra pisani e fiorentini, vantava oltre ai due fiumi che la abbracciavano a nord e ad est, un ampio fossato ricolmo d’acqua che avrebbe dovuto scoraggiare gli assalitori di turno ma che invece fu più volta violato. Per non parlare poi dei numerosi fossi o canali presenti alimentati anche dalle acque che giungevano dalle colline. Se si scorrono le relazioni dei vicari che per molti decenni hanno amministrato la città per il conto del governo fiorentino, ci si imbatte in un continuo lamento dell’annoso problema della mancanza di acqua buona e si scopre che qui i nostri avi, più che questo elemento, amavano un altro liquido che certo dissetava ma che portava, abusandone spesso, a problemi di non poco conto, il vino. La soluzione arriva solo il 28 ottobre 1930 quando viene inaugurato l’acquedotto cittadino che utilizza la falda acquifera trovata a Cascine di Buti e più precisamente in località denominata -Cannai-. Prima del moderno ritrovato, come scrisse un giornalista per raccontare l’inaugurazione della splendida opera pubblica, “Pontedera era alimentata dalle ormai vetuste sorgenti della – Badia – la cui conduttura per la sua quasi totale lunghezza, era in tubo di terracotta e sottoposta quindi a conseguenti rotture e penosissime interruzioni durate talvolta alcune settimane”. Trentasei anni dopo di acqua ne arrivò anche troppa e per gran parte dell’ottobre e dei primi giorni di novembre del 1966 si aprirono le cateratte del cielo e l’argine del fiume Era non resse più. Pontedera fu invasa dall’acqua e ci volle molto per “convincerla” a tornare nel suo “letto”.
Usciana e altre storie
Navigando sull’Arno e dopo esser passati sotto al Ponte alla Navetta (in realtà i ponti sono due, quello vecchio, oggi pedonale, realizzato nel dopoguerra al posto di quello più antico inaugurato nel 1840 e distrutto dalla guerra e quello nuovo, aperto il 19 ottobre 2009), troviamo sulla nostra sinistra il canale Usciana. Di questo corso d’acqua scrive il Dizionario corografico-universale dell’Italia del 1855: “anticamente Arme nel Val d’Arno inferiore. – Canale emissario delle acque tutte del Val di Nievole, che scolano nel Padule di Fucecchio. Cotesto emissario è suddiviso in due vocaboli, la parte superiore a partire dal Padule sino alle cateratte o Calle del Ponte a Cappiano appellasi Canal Maestro. Dalle Calle poi fino allo sbocco di questo Canale in Arno, che trova dopo 7 miglia, di traversa davanti a Pontedera, e presso il Ponte nuovo della Gusciana, appellasi Gusciana o Usciana, anticamente Arme. (…) L’antifosso che corre quasi parallelo e poco distante dal canale della Gusciana lungo tutta la traversa dalle Calle alla bocca della Gusciana è opera del Granduca Francesco II e primo di questo nome Imperatore, eseguito nel 1740 dal matematico Perelli, e rettificato nel 1774 per cura del Granduca Leopoldo I dall’altro matematico Pietro Ferroni. Nell’atto di fondazione della Badia di S. Pietro a Monteverdi dell’anno 754 si chiama la Gusciana o Usciana col nome di padule, piuttosto che di canale, e nella stessa guisa sembra la chiamasse l’annalista Tolomeo Lucchese, allorché il Comune di Lucca fece riconoscere i nuovi acquisti fatti di terre abbandonate dai paduli di Lavane e dell’Usciana, seppure intendere non voleva per padule dell’Usciana quello che poi chiamossi di Fucecchio. Che una volta il Canale della Gusciana spagliasse per i campi contigui lo dimostrano le premure del Governo di Lucca,
allorché dominava in coteste parti, di liberare dalle inondazioni della Gusciana le contigue pianure, con obbligare le Comunità della Val di Nievole ad acquistare tutti i mulini, steccaje ed altri ostacoli posti nella Gusciana, a impedimento del suo corso fra Fucecchio e S. Maria a Monte sotto pene gravissime a chi li avesse rinnovati. Di vari mulini più volte fatti e disfatti e di non poche altre vicende idrauliche accadute in cotesta contrada il lettore troverà maggiori notizie nella Relazione sopra Bellavista dell’Ab. Grandi, in quella di Giovanni Targioni-Tozzetti Sopra le cause dell’insalubrità dell’aria di Val di Nievole, e nel Hodeporicon dell’ab. Lami”; e il professor Alberto Malvolti aggiunge: “Di questo corso d’acqua, oggi ridotto a canale ma anticamente vero e proprio fiume noto col nome di Arme e poi di Iusciana o Gusciana, si sa abbastanza poco almeno per tutta l’età altomedievale. Ricordato anticamente come flumen, e talora indicato anche col termine aqua, doveva presentare un percorso incerto e soggetto a frequenti impaludamenti, specialmente a monte di Cappiano mentre cominciava ad assumere un assetto più regolare nel tratto a valle dove, in quella che sarebbe stata poi la pianura delle «Cinque terre» (Le cinque terre del Valdarno Inferiore: Fucecchio, Santa Croce sull’Arno, Castelfanco di Sotto, Santa Maria a Monte, Montecalvoli N.d.R.) già prima del Mille esistevano piccoli nuclei abitati ed aree coltivate”. Questa è sempre stata una zona di pesca, di caccia, di navigazione e di traffici leciti e non, poiché il corso dell’Usciana era vicino al confine con lo stato di Lucca e quindi poteva offrire occasioni per contrabbandare merci. Chi si volesse cimentare con l’argomento incontrerebbe una mole importante di carte. La maggior parte di esse prodotte per domare le acque e per impedire il ripetersi delle alluvioni che hanno interessato da sempre la zona, nonostante sia i Medici che i Lorena avessero dedicato molte energie per scongiurarle. A Ponte a Cappiano, racconta Malvolti: “nel 1824 si costruirono le cateratte con il relativo edificio, già previste dal Ferroni e allora realizzate sotto la direzione dell’ingegnere Luigi Kindt, sia per rimediare al secolare problema dei riflussi dell’Arno lungo l’Usciana, sia per impedire i rinterri prodotti dalle torbe dell’Arno nei Canali Maestro, Terzo e Capannone. Così quando nel 1859 Pietro il Granduca Leopoldo II condusse il figlio Ferdinando attraverso vari luoghi della Toscana per mostrargli i buoni frutti del «governo di famiglia», poté sottolineare i risultati positivi ottenuti nel Padule di Fucecchio, indicando, anche tra ciò che restava da fare, l’opportunità di spostare le cateratte da Cappiano allo sbocco dell’Usciana in Arno. L’importante opera, già auspicata dai tecnici dell’Ufficio dei Capitani di Parte nel XVI secolo, doveva in realtà attendere più di mezzo secolo. Essa fu infatti realizzata secondo un progetto redatto dall’Ufficio del Genio Civile di Firenze nel 1904, quando fu costruito un nuovo sistema di cateratte presso Montecalvoli che poi, in seguito al crollo per le piene del 1907, fu definitivamente ricostruito presso Bocca d’Usciana”.
I tagli, le bonifiche e i certosini
La nostra terra è stata protagonista di molteplici opere idrauliche che hanno cambiato radicalmente la storia dei nostri territori. Pensiamo alla bonifica del Lago di Bientina, al taglio dell’Arno dopo Pontedera, nel XVI secolo, che ne deviò il corso e lo fece passare a sud, invece che a nord, di Calcinaia; le cateratte Ximinane costruite nel 1757 a San Giovanni alla Vena, la realizzazione del canale della Botte, poco distante da quest’ultime, progettato da Alessandro Manetti (1787-1865) e ultimato nel 1859. Tra il Ponte alla Navetta e l’Usciana c’è la vestigia di un altro meritevole lavoro che ha riguardato l’acqua dell’Arno e non solo: l’anno era il 1786 e a compiere l’opera, i certosini. A raccontarcelo è Roberto Lawley (1818-1881), proprietario della prestigiosa fattoria di Montecchio, dopo che era stata per secoli ad appannaggio della Certosa di Calci: “Antichi possessori di questa fattoria erano i frati della Certosa di Pisa. Uno di loro, per nome Ambrogio, l’amministrava e la dirigeva, e con quanto amore e diligenza il facesse si può ancora rilevare dai lavori che ci rimangono di lui, né a me sembra che oggi stesso gli si potesse fare altro rimprovero fuorché quello
di un lusso soverchio nelle opere murarie. Prima di frate Ambrogio, il piano che si estende per la valle denominata la Paduletta fu sempre quello che maggiormente inquietava e quasi direi sgomentava la fattoria di Montecchio. Questa valle, che si prolunga fin sotto il castello di S. Maria a Monte, ha una lunghezza di circa quattro miglia, e si congiunge a molte altre piccole valli, le cui acque si gettano in essa, e quindi sulle terre della fattoria che comincia poco al di sotto di Montecalvoli. Anticamente queste acque attraversavano la fattoria per tutta la sua lunghezza, e per mezzo dello scolo del piano andavano a sboccare in Arno presso Calcinaia. Il nome di Paduletta rammenta lo stato in cui allora si trovava quella valle. Nel 1776 frate Ambrogio, aiutato dai lumi e dall’ingegno di un altro frate, l’insigne padre Ximenes, intraprese il dispendioso lavoro di forare il monte del Bufalo, profittando della insenatura della valle di questo nome, a fine di formare un tunnel che con un corso di sole braccia 420 portasse in Arno le acque del così detto Rio Nero che prima tanto danneggiavano, attraversandole, le terre della fattoria. Fatto che fu questo tunnel, frate Ambrogio tentò anche di colmare la Paduletta, ma alla superficie da colmarsi essendo sproporzionata la quantità dell’acqua portata dal Rio nero, e quella dell’Arno arrivandovi chiara, perché condotta di troppo lontano e indirettamente, era così piccolo il resultato che bisognò rinunziare al fatto disegno, e contentarsi di rialzare alquanto la valle. Allora egli diresse i suoi lavori a dare una nuova direzione alle acque del Rio nero, che presso all’altezza della valle della Fratta, fu deviato e fatto scorrere sur un lato del piano della Paduletta e condotto in Arno per il nuovo tunnell del Bufalo, impedendogli, mediante opportune arginature, di gettarsi sulle rimanenti terre di Paduletta di cui le acque piovane furono fatte scolare per l’antico Rio in Arno presso Calcinaja. Ma questo lavoro diede origine ad un inconveniente che io trovai nella fattoria, che in parte tolsi, che in parte esiste tuttora, e che mi propongo di togliere nel modo che vado ad esporre. Limitata, come abbiamo detto, la estensione per cui le acque potevano sfagliarsi, ben presto le terre si colmarono e si rialzarono, ma al tempo stesso fecero anche elevare le acque del Rio che portarono a correre ad un’altezza di ben 10 braccia al di sopra della rimanente valle arginata, onde si verificavano ad ogni momento rotture di argini, e l’acqua spesso sommergeva i campi. Ed intanto non sempre era tolto l’inconveniente di dover ricevere le acque del Rio, perché le arginature fatte per ripararle essendo insufficienti e per altezza e per solidità ad impedire l’entrata di quelle che venivan dall’Arno, quando questo fiume era in piena, bisognava chiudere le cateratte (che a tal uopo furono da frate Ambrogio messe a bocca del Bufalo), e quindi pigliare per necessità le acque del detto Rio acciò entrasse una minor quantità d’acqua in fattoria”.
Per eternare la memoria di questo manufatto fu posta una lapide che recita ancora:”Finitimo-Praedio-Aquis-Stagnantibus/Deperdito/Caeterisque-Agris-Torrentis-Nigri/Frequenti-Innondatione-Devastatis/Pisana-Carthusianorum-Familia/Rei-Agrariae-Studiosissima/Fr. Ambrosii-Justi-Opera/ Acque-Industria-Fornicem/Hunc-Subiterraneum-Constrixit/Quo Palustre-Solum-Armi-Allucionibus/Faecundaretur/Sterilesque-Torrentis-Aquote/ Bodem-Canali/In-Idem-Flumen-Faelicitier-Defluerent/Anno-A-Christo-Nato MDCCLXXXVI”.
1554, quando Piero Strozzi passò l’Arno
Pontedera è sempre stato un castello conteso, e lunga è la storia degli assedi, delle conquiste, delle sue momentanee decadenze e delle sue continue rinascite. Sorto alla confluenza dell’Era nell’Arno, era quindi protetto su due lati da ben due corsi d’acqua, da una possente Rocca verso ovest, dove sorgeva Porta Pisana, da un importante fossato, oltre ad un grande numero di torri che nel periodo di massimo splendore arrivarono ad essere sedici. Le fortificazioni pontederesi erano solide, i suoi fiumi e i fossi erano sentinelle importanti. Il sistema difensivo doveva essere efficace se portò a far scrivere al cronista Giovanni Villani (1280-1348) che Pontedera era “il più forte castello d’Italia che fosse in piano”. Questa considerazione fu ripresa da scrittori eminenti come ad esempio da Scipione Ammirato (1531-1601) che ne confermò la notizia nel suo volume Dell’Istorie fiorentine; sarà certamente stata un’esagerazione, ma sicuramente conquistare la città del ponte sull’Era non doveva
essere semplice. Da sempre luogo militare, e che lo fu per tutto il medioevo, nel XV secolo iniziò a divenire luogo di commerci. Nel 1471 i fiorentini concessero ai pontederesi la possibilità di tenere una fiera annuale, quella di San Luca, cambiando così le sorti della nostra terra. Nel 1546, a questo importante evento commerciale, si affiancò il mercato settimanale del mercoledì, che nel 1565 fu spostato al venerdì per la concomitanza con quello pisano. Tra questi due momenti Pontedera attraversò uno dei suoi momenti peggiori, l’ultima triste vicenda guerresca che portò ad un cambiamento radicale della “natura cittadina”. Nel 1554 i pontederesi accolsero tra le loro mura Piero Strozzi, che colle sue milizie francesi e senesi, combatteva contro l’esercito austro-ispano-medico guidato dal Marchese di Marignano. Lo Strozzi, la cui famiglia aveva antichi rapporti con Pontedera, come scrive Jacopo Riguccio Galluzzi (1739-1801) nella sua Istoria del Granducato di Toscana sotto il Governo della Casa Medici, “ai suoi beni affetti dispendeva patenti di franchigie e esenzioni come se già avesse conquistato il dominio: inspirava da per tutto ai popoli la ribellione promettendoli la libertà: io, diceva egli, non son venuto per esser Signore né Principe, ma son venuto per esser chiamato, e per togliere le tirannie che fa quel Duca maligno e liberare chi è soggetto (…). Severo con i disobbedienti era però amato oltremodo dai suoi soldati” la sera del 24 giugno “passato a guazzo l’Arno andò con l’esercito a Pontedera di dove proseguì la marcia per la Collina verso il Senese”. Lo Strozzi trovò le porte pontederesi spalancate, ma la sua avventura si concluse di lì a poco. Il Marchese di Marignano, che comandava le truppe fiorentine, volle una volta “riconquistata” Pontedera, punirla severamente e “abbruciò le scritture pubbliche e particolarmente i libri del dazio” e, come racconta Scipione Ammirato, “fece spianare le mura castellane di Pontedera in castigo di aver quei terrezzani accolto lo Strozzi”. La sosta pontederese dello Strozzi era costata cara alla città, ma sancì un passaggio importante: questa terra, da luogo di battaglie e di guerre, sarebbe diventata una piazza di scambi e di commerci, senza più le sue belle mura, eccetto la Rocca, ma con le sue piazze che ospitavano il mercato e la fiera.
La navigazione in Arno e il Raspamota
Nel 1337 muore uno dei più grandi maestri dell’arte italiana, Giotto. Tre anni prima aveva iniziato uno dei campanili più belli d’Italia che ancora oggi adorna la cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze. A terminare l’opera ci pensò Andrea da Pontedera (Andrea Pisano come si “ostina” qualcuno a chiamarlo!) che non si “accontentò” di completare l’opera del maestro, ma la impreziosì con delle formelle esagonali, una di esse rappresenta l’arte della navigazione, che per gli uomini di quei tempi non era solo quella in mare ma comprendeva, e a gran titolo, quella fluviale. L’Arno in questo ruolo ha esercitato una grande parte e ha sempre rappresentato una “via d’acqua fondamentale” per il trasporto di uomini e merci nella nostra regione. Per secoli tanti tipi di imbarcazione hanno navigato queste acque, coprendo ogni necessità di cui le comunità che giovavano della presenza del fiume avevano. Le presenze più importanti che la memoria orale ci ha tramandato sono quelle dei navicelli, imbarcazioni a vela che quando viaggiavano controcorrente venivano aiutate dai componenti dell’equipaggio che, scesi a terra e raggiunte le vie sopra gli argini che correvano parallele al fiume, dette alzaie, tiravano la barca con delle corde. Un sistema di cose che, durato secoli, entrò in crisi negli anni quaranta del XIX secolo con la costruzione della ferrovia Leopolda (Livorno-Pisa-Firenze) la quale infatti fu inizialmente osteggiata da tutti quei trasportatori che avevano operato da sempre sulle strade e sui fiumi. Il tema della navigazione fluviale tornò d’attualità per l’azione di molte persone che credevano si dovesse sfruttare ancora con molti vantaggi, e con esso anche l’antico sistema di trasporto via acqua. Per sensibilizzare l’azione governativa alcuni idearono un’impresa che avrebbe consentito di dimostrare che era possibile
ancora navigare in Arno fino alla foce partendo da Firenze e, allo stesso tempo, convincere l’opinione pubblica a fare pressioni affinché fossero stanziati fondi per recuperare questa arte.
Per questo obiettivo ci voleva un’imbarcazione particolare e di particolare l’imbarcazione scelta avrebbe avuto anche il nome “Raspamota”, che così descrive lo scrittore Boreno Borsari: “un battello a motore simile a quelli che solcavano il Mississipi, che muoveva a poppa una ruota con delle pale”. Il 15 gennaio 1908 iniziò il viaggio. “La partenza avvenne dall’antico porto del Pignone che si trovava a ridosso della porta San Frediano. All’equipaggio, composto dal capitano, timoniere, pilota, motorista e suo aiutante, si aggiungevano durante le numerose soste lungo il tragitto da Firenze a Pisa anche i passeggeri”. La velocità media del Raspamota fu di 12,760 km/h. Da Firenze a Pontedera impiegò 5 ore e 15 minuti. Da Pontedera a Calcinaia la velocità fu di 15,00 km/h e da Calcinaia a Pisa toccò il picco massimo con 15,360 km/h. Così descrive i protagonisti del viaggio un giornalista presente all’evento: “Salvadore Orlando, Deputato di Livorno, autore del primo progetto di navigazione fluviale per il nostro fiume, ed organizzatore della gita; il conte Martorelli, colonnello del Genio Navale, Vittorio Vecchi per il Nuovo Giornale (Jack la Bolina), l’Ing. Cav. Giulio Picchiotti, l’anima della comitiva, e l’Ing. G. Bellincioni di Pontedera”. Orlando era il proprietario dei celebri cantieri livornesi, Giulio Picchiotti era il padrone di quelli a Limite sull’Arno, e Bellincioni, figlio del celebre architetto pontederese, era un valente ingegnere idraulico. Quest’ultimo, inoltre, per lo sviluppo di Pontedera e del nostro territorio, pensò e progettò il canale Pontedera-Fornacette che, nelle sue intenzioni, doveva rappresentare un’asse della navigazione fluviale tra Livorno e Firenze. Il Consiglio Comunale di Pontedera nel dicembre 1906 esaminò la relazione dell’ing. Bellincioni, ed emise “voti favorevoli per la sollecita costruzione del canale navigabile Pontedera-Fornacette (…) cosa di somma importanza per l’industria e il benessere di questo paese”. Il 27 dicembre 1908 nella sala del Consorzio Agrario di Pontedera venne organizzato anche un convegno pro-canale Pontedera-Fornacette. Il sogno della costruzione del canale non si realizzerà mai, ma i navicelli continuarono, ancora a lungo, a restare i padroni del fiume.
Storia dei nostri ponti
Tutti chiamano il nostro “famoso” ponte “Napoleonico”, anche se quello che attraversiamo oggi è stato realizzato dopo la Seconda Guerra Mondiale, essendo stato l’originale una vittima illustre del secondo conflitto mondiale. Il “ponte francese” venne costruito negli anni dieci del XIX secolo e sanò una situazione difficile per la città, poiché da tempo il fiume si oltrepassava grazie ad un ponte di legno realizzato dopo che il “ponte fiorentino” si era rovinato. Il 18 settembre 1874 la Gazzetta Toscana scriveva: “Pontedera – Attesa la rovina ultimamente occorsa del Ponte sul Fiume Era presso quella Terra, essendo stato comandato da S. A. R. di costruirvisene provvisoriamente uno di legno di tutta stabilità e sicurezza, ed essendovi già stato posto mano, si passa intanto per Barca con comode pedane che vi conducono, e con l’ajuto di tre o quattro Uomini di giorno e di notte, e due paia di Bovi per estrarre prontamente le vetture e render più spedito il passo. E per il più esatto servizio del Pubblico, con partito del Consiglio Generale di questo giorno è stata fissata una tenue Tariffa del pedaggio, che è affissa nella Barca, e secondo la quale i viandanti pagheranno, comprendendovisi l’ajuto degli uomini e dei Bovi per que’ legni che non potessero essere estratti e condotti sul posto a mano, o dai loro cavalli, talchè i viandanti non saranno inquietati per qualsivoglia emulumento oltre quello notato nella detta Tariffa. I legni che vengono per la Posta, dovranno, per quanto permettono le circostanze, esser fatti passare prima degli altri arrivati altrimenti. La Fiera che si fa con molto concorso in questa Terra nel mese d’Ottobre, cade nei giorni 22, 23 e 24”. Al posto del distrutto ponte fiorentino fu costruito un ponte provvisorio, a nord
dell’attuale, che possiamo ammirare in una bella veduta disegnata dall’abate Francesco Fontani che unitamente scrive: “Non sono molti anni che rovinò di nuovo intieramente per una straordinaria alluvione, ma per le comodità dei passeggieri fu interamente sostituito con un assai ben costruito ponte, composto di legname, col pensiero di edificarlo nuovamente di materiale stabile a comodo più certo del Commercio, e dei viaggiatori”. Occorrerà aspettare i francesi per riattraversare l’Era con un bel ponte. Nel 1809 anche il ponte di legno crollò e solo l’anno dopo, grazie all’intervento dell’ingegner Giacinto Garella, Pontedera riuscì ad avere un nuovo ponte. Garella, ingegnere di prima classe dei “Ponts et Chaussées” e ingegnere capo del Dipartimento del Mediterraneo, realizzò il nostro “ponte Napoleonico” che resisterà fino al 1944. Il manufatto era un piccolo gioiello d’ingegneria d’avanguardia e nel suo campo una vera e propria opera d’arte. Di questa vestigia non rimangono che pochi pezzi di marmo in acqua, sotto l’attuale ponte, visibili solo d’estate. Dei ponti che precedettero quello Napoleonico conosciamo quello fiorentino perché la sua immagine fa bella mostra di sé nel nostro stemma comunale, ma prima di esso sappiamo poco di quello costruito in epoca “pisana”. Di sicuro il nostro ponte è sempre stato molto attenzionato e chi si occupava di esso ha sempre avuto un grande ruolo nella storia cittadina. Alla metà del XIV secolo l’Ufficio del Pontonario, che sovraintendeva appunto ai ponti, costruì il proprio palazzo davanti alla chiesa del SS. Crocifisso, scegliendo il luogo più “importante” del castello. Questo edificio fu poi comprato dalla comunità nel 1384, per farlo diventare il palazzo dove si amministrava il potere civile. E prima? Il più antico ponte documentato è del 1099, ma per scoprire tutto il resto della storia bisogna investigare ancora.
Tutti al fiume, i bagni diladdarno
Fin dall’antichità il fiume Arno è stato protagonista di molte storie, prima fra tutte quella affascinante della sua navigazione. In epoche più vicine a noi, poi, questa maestosa via d’acqua ha rappresentato un’opportunità di lavoro per molte persone tra cui: mattonai, renaioli, pescatori e, sulle sue rive, agivano le ruote dei funai. In questo mondo fatto di fatica e sudore non mancavano però anche i momenti di svago e di “libertà”. Uno dei luoghi ameni del fiume era la spiaggia che si trovava di fronte a Bocca d’Era, ospitava dei veri e propri bagni con tanto di possibilità di prendere il sole, “stabilimenti balneari” che facevano diventare il “nostro fiume” il “nostro mare”. Erano i tempi dell’Arno d’argento “dove si specchiava un firmamento”, come cantava Carlo Buti intonando la celebre canzone “Firenze sogna”, l’acqua era limpida e i pontederesi vivevano i loro fiumi quasi quotidianamente. Scrive Mario Marianelli nel suo libro Su Arno, su Era e nelle bettole: “La Rosina e Oscare erano i gestori, in concorrenza più o meno pacifica dei due bagni di la d’Arno. Oddio bagni: avevano qualche stendardo colorato lasciato a sventolare su alte calocchie (pali ndr) di legno, piantate nella rena. (…) Niente sdraie (roba, caso mai da -senatori-), ma rozzi panchetti di legno. E si capisce, niente cabine: chi non arrivava già, con il costume sotto i leggeri e ridotti panni estivi, aveva a disposizione, lì a due passi, un grande e folto canneto (…) Per l’attraversamento dell’Arno ci volevano dieci centesimi (andata e ritorno); trenta per noleggiare due panchetti e una di quelle povere tende da sole. (…) Il Rosina era un bagno diciamo, di serie B, più popolare, ma assai più frequentato. I più abbienti, e quanti tenevano a passare per tali, preferivano a parità di spesa o quasi, il bagno – da Oscare – (o Acquaviva), un po’ più curato e civettuolo, meno chiassoso e meno frequentato”. Il “mare di casa nostra” terminò negli anni cinquanta e dopo arrivò il “progresso” che allontanò tutti dal fiume.
Bella di Mai
Tra i “monumenti” e “luoghi leggendari” pontederesi che sono stati inghiottiti dai bombardamenti del gennaio del 1944 c’è un caseggiato il cui nome evoca storie epiche e personaggi mitici: Bella di Mai. Grazie al lavoro di Luigi Giani che nel 2004 scrisse il libro “Belladimai, quella Pontedera che non c’è più”, oggi conosciano la sua storia. Costruito alla fine del XIX secolo dalla famiglia Leoncini, su un terrapieno davanti all’Era, secondo gli allora moderni dettami dell’edilizia delle città industriali del Nord diventò ben presto un “simbolo” di Pontedera. Come ricorda Luciano Boschi, uno dei “figli” di Bella di Mai e storico segretario della Camera del Lavoro di Pontedera, “Bella di Mai era una storpiatura del francese «Belle de Mai», un fabbricato di Marsiglia dove avevano abitato alcuni antifascisti di Pontedera che assomigliava al nostro”. Scrive Giani “La Belle de Mai è stata storicamente la sede dell’immigrati toscani a Marsiglia”. Tra i pontederesi costretti ad espatriare il fornaio Nello Lazzeretti classe 1898, detto “La strega”, uno dei maggiori animatori del gruppo anarchico di Pontedera. Racconta ancora Boschi: “Bella di Mai era una costruzione massiccia a pianta rettangolare con cortile interno, dove c’era anche un pozzo di acqua chiara e fresca (…) Per entrare nel cortile si passava da un arco principale e da cinque altre porte più piccole, poste ai lati del fabbricato nel quale abitavano una settantina di famiglie, suddivise in tre piani e otto rampe di scale. (…) Il rione era abitato da gente umile e semplice: operai, manovali, piccoli artigiani, un pò di sottoproletariato e tanti, tanti ragazzi. All’interno del cortile si svolgevano alcune attività di piccolo commercio, di lavoro artigiano e di tanti giochi di ragazzi e bambine che si dividevano lo spazio, con qualche scontro, dove i maschi volevano sempre avere la meglio. Qualche attività veniva svolta da alcuni abitanti che cercavano di arrotondare le magre entrate familiari con piccoli commerci e qualche arrangiamento (…) Poi c’era «Amberto», sarto dei poveri, che forse faceva un vestito intero in un anno ed anche lui vendeva dadi Elah, caramelle e sigarette di pseudo-cioccolata, povere cose insomma. La «Esaltata», vedova, vendeva i «mangia e bei» che erano piccoli dolcetti di pasta frolla con una piccola apertura dentro la quale si vervava una specie di rosolio fatto in casa e così si mangiava e si beveva tutto in un colpo. Altri allottavano alla ruota di Firenze degli oggetti vendendo i biglietti, così come si fa ora nei negozi e nei bar con l’uovo di Pasqua. C’erano poi alcune donne che lavavano roba altrui o accudivano figli di operaie. Ognuno cercava di vivere la sua povertà nella maniera più dignitosa: infatti «Bella di Mai» era un quartiere molto popolare ma non malfamato, anzi i suoi abitanti si stimavano fra di loro e vi era fra essi molta solidarietà; spesso le donne che lavoravano in fabbrica lasciavano la chiave alla vicina che si prendeva l’incarico di accendere il fuoco (allora si usava il carbone) e di metter su la pentola: lo stesso avveniva se qualcuno si ammalava e aveva bisogno di aiuto materiale e morale, ognuno si prestava a dare una mano. C’era insomma, nel limite delle scarse possibilità, un calore umano che leniva almeno in parte i sacrifici della gente”. Tra le settanta famiglie che abitavano il fabbricato i Mazzinghi, e qui il 3 ottobre 1938 nacque il futuro campione del mondo di pugilato.
Pesci e ricette
Ai bei tempi che furono il fiume è sempre stato un forziere di tante cose preziose e una risorsa vitale per secoli. Una delle attività che è sempre stata condotta sulle sue rive e dalle imbarcazioni che lo hanno solcato dal giorno che l’uomo ha praticato la navigazione, è la pesca. Un’arte antica che in Arno voleva dire vita e qualche volta sopravvivenza. Scrive, riguardo ai pesci del nostro fiume, Giovanna Raugei Pasquinuci nel mitico libro “Pontedera, storie gente cucine”: “Ce n’era tanti, più o meno pregiati, e fuorché la cheppia e le cée (anguille non ancora adulte, ndr) che hanno una storia tutta particolare, i pesci nuotavano in quelle acque trasparenti, durante tutti i mesi dell’anno. Ma la
stagione della pesca cominciava a primavera, al contrario di quello che succede, oggi, per chiudersi, verso ottobre-novembre. Nei mesi caldi, infatti, l’acqua bolliva degli amori, di gavedani, lasche, tinche, barbi, reine e lucci, – sono ‘n frego -, dicevamo i pescatori e tiravano su le reti stracariche. Loro, i pesci, ci restavano dentro senza neanche accorgersene, perduti nei languidi sguardi del corteggio, nelle mosse lente di tenerezze magari già ricambiate, forse bell’è concluse. Il pesce innamorato esce dalla tana, si nasconde meno, gira di più per incontrare la compagna, perde la testa, insomma e non fa mai a tempo a difendersi. I pescatori, naturalmente, lo sapevano bene, specie quelli che, sulla – ridente destra riva dell’Arno – da Pontedera fino a Caprona, del fiume vivevano sopravvivendo l’inverno a stento”. Si pescava dai barchetti, dai navicelli (questi erano soprattutto di calcinaioli e la loro imbarcazione era come la loro casa “tanto che, quando accostavano per scendere dicevano – vado a terra – cambio elemento, insomma, come qualcuno che ha appena attraversato l’oceano” e “dopo trenta quaranta – cali – di giacchio finalmente accostavano, spesso carichi da far paura”. Ma cosa era il giacchio? Continua sempre Raugei: “una rete che è quasi un ombrello orlato di piombi, da un’estremità, gli uomini se l’avvolgevano a un braccio e dal braccio alla vita e attenti a non farsi trascinare”, a non cadere in Arno. Poi c’erano quelli che si dedicavano alla pesca delle anguille, usando le nasse o le classiche canne, altri invece preferendo le mitiche cée usavano uno strumento per raccoglierle detto la “ripaiola, una rete fitta fitta, quasi un colino da tè, inventato apposta per loro, fatta semplicemente dello – staggio -, il retino, appunto legato a un bacchio molto lungo”. Oltre a tutte queste c’era la caccia al luccio fatta col – bertuello -, una specie di nassa, e la pesca fatta con i tramagli, “le lunghe reti che venivano calate rasente la riva”. Quando il pesce arriva nelle cucine, fossero queste nobili o povere, trovava dei cuochi e delle cuoche di esperienza che ben valorizzavano questi doni del fiume. Tinche, lasche, gavedani, lucci, cheppie, anguille e ceè, ognuno aveva il suo destino e la sua preparazione prima di finire in tavola. Le ricette ancora fanno venire l’acquolina in bocca solo a rammentarle: cée con burro e salvia (oggi impossibile da mangiare perché la pesca delle cée è vietata), cheppia arrostita sul carbone, “l’ova con l’altr’ova, ossia la frittata con le uova di cheppia” e tantissime altre.
Memorie d’acqua, i bagni in Era
Se in Arno i pontederesi potevano vantare bagni “attrezzati”, in Era questa pratica era “libera” e non di rado le acque del fiume potevano rappresentare un vero pericolo. Questi, due casi occorsi nel XIX secolo: alle cinque pomeridiane del 12 luglio 1845 i Carabinieri Marco Billi e Luigi Pratesi, addetti “al picchetto stanziato in questa Terra” perlustravano la riva destra del Fiume Era, “e giunti alla distanza di circa trecento braccia dal Ponte di questa stessa Terra in luogo detto Il Tonfane” osservano “un giovanetto incognito pericolante nelle acque del Fiume stesso, dove sembra essersi introdotto per bagnarsi. In difetto di funi, stanghe, o altro da lanciare a quell’infelice per offrirgli mezzo di appiglio e di salvamento, siamo corsi a sciogliere la più vicina barca dal medesimo distante circa cento braccia, e montati insieme a Gaspero Betti, Pescatore pure di Pontedera, che si è prestato al nostro invito, ci siamo diretti a tentare un utile aiuto verso il prefato giovanetto, che a vista nostra è rimasto immerso sotto le acque. Allora coadiuvati dal Betti ci siamo dati ogni cura per estrarre il corpo, e sebbene privo di sensi lo abbiamo con ogni cautela asportato nella non lontana Casa Colonica di Giuseppe Borri, e quivi involtolato in panni caldi (…) Il prefato giovanetto era nudo, e dell’apparente età di circa anni dodici, e nessuno dei non pochi circostanti seppero riconoscerlo”. Gli effetti personali del malcapitato furono trovati sull’argine “e consistenti in un pajo di calzoni e giacchetta di rigatino, una carniera bianca, un pajo di scarponcelli di vacchetta e un berretto”. Giunsero infine il dottor Gaetano Vanni “ed un Ministro del Tribunale per
procedere a quanto loro rispettivamente incombe”. Nel 1879, il 28 luglio il protagonista fu Giuseppe Mannucci di otto anni che fu trasportato alla propria abitazione “apparentemente morto” dopo un tuffo nell’acqua dell’Era. Fortunatamente il dottor Giuseppe Majoli “praticò la respirazione artificiale” che salvò la giovane vita. Di queste storie il fiume ne potrebbe raccontare molte e la maggior parte narrerebbero di ragazzi felici che si tuffano e si rincorrono, di pomeriggi d’estate e di bagni furtivi. Ognuno aveva il suo luogo segreto e ci portava solo gli amici, poi c’erano quelli “affollati” come la Cartiera, ben nota all’ultima generazione che ha fatto il bagno nell’Era.
La Rotta, un paese di mattonai
Il rapporto tra uomo e lavoro è un tema affascinante, ma diventa quasi mitico quando tante persone, nello stesso luogo praticano la stessa abilità e quello spazio, infine, si identifica con una professione. Molte città e borghi sono legati in maniera indissolubile all’esercizio di un mestiere o si caratterizzano per la ricchezza di una materia prima. Ecco, La Rotta è tutto questo. Scrive Nicola Micieli: “Che il suo nome derivi da un ‘dirottamento’ d’Arno, dico del suo corso, o da una sua ‘rottura’ d’argine come credibilmente attestano gli storici; oppure che in quell’ansa di fiume sia andato in ‘rotta’ uno degli eserciti contendenti, forse pisano, forse fiorentino come vuole una vulgata, La Rotta prende comunque il proprio nome da un evento traumatico, protagonisti l’Arno, l’acqua, la motiglia delle alluvioni destinata a divenire argilla e incrociarsi con il fuoco. Con l’argilla depositata dal fiume, formata e cotta nelle fornaci costruite in loco (…) si sono difatti identificate per secoli l’economia e la stessa vita comunitaria dei Rottigiani”. Qui acqua, terra e fuoco si sono sempre incontrati. L’origine di questa lavorazione si perde nella notte dei tempi, come si legge nelle fiabe più belle. Giuseppe Caciagli racconta di una fornace negli anni 1645-46, ma sicuramente occorre andare molto più indietro nel tempo se di questa attività si sono trovate tracce risalenti al secolo XI. Il celebre Repetti nel 1841 narra che: “le sabbie argillose calcaree, che a guisa di melletta continuamente vanno depositando le acque dell’Arno, e quelle di altri affluenti nel territorio comunitativo di Pontedera, forniscono materiali di lavoro alle molte fornaci di mattoni ed embrici esistenti lungo la ripa sinistra di quel fiume e massimamente nel paese della Rotta, dove attualmente si contano non meno di 14 fornaci di mattoni e di altre terrecotte che danno occasione di lavoro a 300 fornaciaj e a 225 vetturali, tagliaboschi ed altri operanti”. Negli anni quaranta del XIX secolo a La Rotta arrivò il treno e dal marciapiede della stazione partirono in tanti, perchè la manodopera era molta e non poteva essere assorbita tutta localmente e quindi si andava a “fare i mattoni” ovunque, specialmente in Piemonte e in Francia. La professione richiedeva sudore e fatica e “chiedeva” sacrifici anche ai fanciulli, seppur i mattonai hanno sempre lottato per migliorare il salario e le proprie condizioni di lavoro, sia a La Rotta sia dove emigravano, per continuare a svolgere le loro competenze. Nel 1861 nel territorio pontederese operavano 67 fornaciai (tutti uomini) e dieci anni dopo, 350 (il 78,6% uomini). Nel 1872 Francesco Capecchi impiantò a La Rotta la prima fornace a fuoco continuo (detta Hoffman dal nome del suo inventore) che rappresentò una vera e propria rivoluzione in questo settore. Il carattere stagionale del lavoro costringeva i rottigiani a sviluppare altre attività per sbarcare il lunario e ai lavori agricoli di “bracciantato” spesso si affiancavano quelli di “ambulantato” spostandosi in ogni dove. Questo insieme alle “emigrazioni” ha contribuito a creare una lingua che ha impastato vocaboli locali con altri provenienti da tanti luoghi. Carattere e parlata unici, per gente unica.
Quando passò il fronte (18 luglio – 1 settembre 1944)
La nostra città non è più il paese dei nostri nonni e bisnonni e non potrebbe essere altrimenti, ma Pontedera purtroppo condivide una storia comune con tanti luoghi: quella di essere stata deturpata dai bombardamenti e dalla guerra che si è portata via tante vite e con loro alcune vestigia del nostro passato. Il primo bombardamento subito da Pontedera porta la data del 6 gennaio 1944, anche se causò pochi danni e fu un piccolo campanello d’allarme purtroppo inascoltato. La presenza della Piaggio, industria bellica dove lavoravano migliaia di persone, che produceva motori per l’aviazione e bombardieri, e un nodo ferroviario importante (la Livorno-Pisa-Firenze che qui incontrava la Lucca-Pontedera), rendevano questo territorio un obiettivo militare importante. Dodici giorni dopo il “battesimo del fuoco”, il 18 gennaio 1944, dal cielo piovvero tante bombe e la città diventò un cimitero e molti palazzi divennero macerie. La popolazione cominciò a sfollare ma il 21 e il 22 altri aerei sorvolarono Pontedera lasciando il loro carico di morte. Dopo questi ennesimi bombardamenti tutto assunse l’aspetto di un deserto e i tedeschi, che avevano organizzato il trasferimento della Piaggio al nord, intensificarono l’operazione fino a concluderla. Le uniche presenze erano quelle dell’esercito germanico che occupò questa parte di Toscana fino al 18 luglio, quando arrivarono gli alleati e furono costretti ad attraversare l’Arno e attestarsi sulla sponda destra, quella calcinaiola. La memoria orale ci racconta che prima dell’arrivo degli americani i tedeschi rastrellarono alcune persone per costruire un passaggio a pelo d’acqua (eravamo d’estate e l’Arno era molto basso) per far passare i loro mezzi. Da quel giorno cominciò un duello fatto di appostamenti, artiglieria, mortai e di tutti i mezzi che l’atroce guerra aveva messo a disposizione. I tedeschi su una sponda e gli americani sull’altra. L’estate del 1944 è una stagione calda e di sangue, dove succede di tutto a nord dell’Arno e dove gli alleati provano, qualcuno sostiene con poca convinzione visto il divario militare di mezzi e di uomini tra i due eserciti, ad attraversare l’Arno. Alcuni coraggiosi provarono anche ad avvisare gli alleati di questo stato di cose come il professor Pesciatini che attraversò l’Arno a Calcinaia per compiere tale missione, ma non riuscì a convincere nessuno e purtroppo ci rimise anche le gambe saltando, durante il tragitto di ritorno, su una mina. Il maggior fiume di Toscana fu “passato” il 1 settembre, dopo 45 giorni di schermaglie. Di questo “duello” rimangono alcuni resti dei bunker utilizzati per avvistamento e difesa nella “sponda tedesca” e un filmato, disponibile sulla piattaforma you tube, dove si vedono gli americani attraversare l’Arno al Ponte alla Navetta, camminando su quello che restava di un’opera architettonica imponente, altra vittima di un duro conflitto.
4 novembre 1966: il giorno del diluvio
Il rapporto tra Pontedera ed i suoi fiumi è sempre stato forte, e se nell’antichità il suo principale corso d’acqua, l’Arno, aveva rappresentato la più importante via di comunicazione, nel dopoguerra, chiusa per sempre l’epoca delle balneazioni, il suo letto era “muto” e i pontederesi si affacciavano a vederlo solo in caso di pericolo imminente d’alluvione. La mattina del 4 novembre 1966, mezza città era tutta lì, ad osservare dalle spallette il livello dell’acqua dopo giorni di pioggia. Tutti temevano l’Arno e le notizie che provenivano da Firenze erano tutt’altro che rassicuranti. Come spesso accade nei romanzi gialli, il pericolo però sopraggiunse da dove meno se lo aspettavano, infatti all’ora di pranzo, Pontedera fu colpita “alle spalle” e l’Era ruppe alla Montagnola, vicino al ponte di ferro della Ferrovia. Le strade e le piazze furono invase dall’acqua del fiume che travolse ogni cosa e si “arricchì” di tutto ciò che trovò sulla sua strada. Per alcuni giorni nessuno uscì di casa, e dopo l’iniziale “si salvi chi può”, tutti aiutarono tutti e i soccorsi furono coordinati dal comune, guidato dal sindaco Giacomo Maccheroni. Dopo due giorni di paura e di notti passate al buio, i cittadini cominciarono a guardare negli occhi la tragedia: i negozi, la Piaggio, l’Ospedale, erano stati tutti allagati e non si era salvato niente. Erano trascorsi poco più di vent’anni dalla fine della guerra quando tutto dovette essere ricostruito, ora bisognava tirarsi su le maniche nuovamente, e ripartire da capo.
Il battello “Andrea da Pontedera”
Il fiume Era è più “familiare” per i pontederesi perché lo vedono ogni volta che attraversano il ponte Napoleonico, oppure quando percorrono la mitica Passarella per accedere al villaggio scolastico, mentre per vedere il fiume che scende dal Falterona a Pontedera occorre percorrere la Tosco-Romagnola, affacciarsi dalla sede dei canottieri al Parco dei Salici, oppure sporgersi dal vecchio Ponte alla Navetta. Era così fino a pochi anni fa. L’alluvione, l’inquinamento e il “progresso”, ci avevano allontanato dal fiume e le uniche presenze che lo vivevano ancora erano i nostri canottieri. Dal 2008 il fiume che guardavamo da “lontano” e a volte con preoccupazione è tornato vicino e amico. Da quell’anno è entrato in servizio il battello fluviale Andrea da Pontedera, che partendo dall’antico scalo cittadino arriva all’attracco del Parco della Fornace a La Rotta. Da quattordici anni migliaia di cittadini, curiosi e turisti, percorrono questa rotta sorprendendosi ad ogni metro per la tanta bellezza che la natura regala e godendo di un’oasi di pace a portata di mano. Le giovani generazioni hanno sempre guardato il fiume con distrazione e quasi con diffidenza e si era perso negli anni quello splendido rapporto che avevano i pontederesi con il fiume fino agli anni sessanta. Il fiume come luogo di divertimento, di bagni estivi, di pesca ma anche di durissimo lavoro. Se si guarda la collezione di cartoline e foto storiche della nostra città si vedono i mattonai e le fornaci con lo sfondo del fiume, i funai che lavoravano lungo gli argini e i navicelli e le barche che solcavano l’Arno. Tutto questo oggi lo possiamo solo raccontare e lo facciamo attraverso le voci delle nostre guide che fanno servizio ogni fine settimana d’estate. All’inizio a credere al battello fluviale erano in pochi, in primis il “capitano ad honorem” Mario Mannucci e il sindaco Paolo Marconcini, ma oggi il successo di questa iniziativa ha creato un entusiasmo tale che siamo certi assicurerà a questo particolare servizio un futuro. Oggi il punto di partenza è cambiato e dallo scalo primigenio si è “approdati” a quello dei canottieri che sono state sempre le sentinelle del fiume e che lo conoscono metro per metro. Alla guida, da anni, c’è sempre capitan Migliaccio e ad accompagnarlo, per moltissimi anni con il cappello bianco, Mario Mannucci che è stato uno dei promotori di questa splendida iniziativa che trovo grande accoglienza nell’amministrazione comunale presieduta da Paolo Marconcini e di quando in quando il sottoscritto. L’emozione è sempre la stessa, ed è sempre bello vedere le facce meravigliate dei gitanti al loro primo viaggio e la felicità di tutti i passeggeri.
I Canottieri
La Canottieri Pontedera nasce nel 1978 sulle rive dell’Arno Pontederese. Un gruppo di appassionati e giovani canottieri decise di fondare la società che in un primo momento si appoggiò sulle strutture dell’allora ristorante Baldini sito sulla Tosco Romagnola a ridosso del fiume. In seguito venne costruita una baracca di lamiera in prossimità delle cateratte di Pontedera, una sede fatta con tanto entusiasmo e poche risorse ma da dove sono usciti numerosi campioni. La canottieri Pontedera ha avuto come padri fondatori Sergio Marrucci (allenatore storico della Società) e Angelo Panichi (presidente e direttore sportivo nella prima fase) che hanno dato da subito un’impronta agonistica all’attività. La struttura inizialmente “precaria” non ha frenato l’attività, ma proprio grazie a queste avversità si sono forgiati alcuni campioni che hanno regalato alla Società, a Pontedera e all’Italia, soddisfazioni enormi. La Canottieri Pontedera negli anni si è fortificata tra mille difficoltà e solo grazie alla caparbietà dell’allenatore-dirigente Sergio Marrucci è cresciuta. Uno dei momenti più cupi fu quando la baracca in lamiera negli anni ottanta diventò oggetto di atti vandalici e un incendio doloso distrusse in un attimo tutti i sogni e i sacrifici di anni. Barche, remi, attrezzature che con grandi sforzi erano state comprate finirono in fumo. La forza di chi ci ha sempre creduto non è mai venuta meno anche in questi momenti duri e grazie all’impegno e alla strategia di Marrucci, poco dopo, si iniziarono a concepire i primi progetti della nuova sede al Parco dei Salici, un luogo destinato a diventare prestigioso e che avrebbe dato un grande respiro all’attività della società. Intanto, per alcuni anni, la “casa dei canottieri” si spostò in un angolo dietro alle strutture degli allora Macelli di Pontedera, vicino al Ponte alla Navetta e grazie a donazioni private e alla vicinanza del comune di Pontedera dopo l’incendio ripresero le attività. In quegli anni brillarono due astri nascenti che raccolsero successi su successi, Leonardo Pettinari e Lorenzo Bertini, che arrivarono a vincere Coppe del Mondo, Mondiali e a coronare la loro carriera con due medaglie Olimpiche, rispettivamente un Argento ed un Bronzo alle Olimpiadi di Sidney (2000) e Atene (2004). L’enorme risonanza di questi strepitosi risultati dettero il via alla costruzione della nuova sede che nacque dove era stata sognata, in un area strategica del comune di Pontedera a ridosso del villaggio scolastico, immersa nel verde del Parco dei Salici. La canottieri crebbe ancora e formò nuovi campioni che conseguirono risultati eccezionali a livello nazionale e mondiale. Tra gli atleti non possiamo non ricordare: Sara Barderi, Allegra Francalacci, Matteo Baluganti, Manuel Igneri, Marco Del Bene, Tommaso Sacchini, Luca Frediani, Alessio Balatresi e Federica Bertini. Confermando l’enorme competenza tecnica che si respirava ogni giorno nelle nuove strutture della Società Sergio Marrucci, allenatore storico del sodalizio, venne chiamato a far parte degli staff tecnici Nazionali facendo grandi risultati. Purtroppo nel luglio del 2015 Sergio venne a mancare lasciando un enorme vuoto nella Società. Quest’ultima, in nome di tutto quello che era stato fatto, reagì e creò un nuovo direttivo con alla guida Leonardo Pettinari affiancato da Lorenzo Bertini. Questi grazie alla loro grandissima esperienza hanno portato avanti il lavoro per continuare a far crescere la Canottieri Pontedera in nome di uno sport sano pulito e formativo. Oggi la sede in Via Bologna n°34 a Pontedera è al centro di un grande progetto di ampliamento e gestione dell’intera area verde del Parco dei Salici e del percorso fluviale con il Battello del comune. Realizzazioni che vedono ancora di più accrescere il ruolo della scuola del canottaggio pontederese che non si limita a far conoscere, divulgare e praticare uno sport meraviglioso, ma contribuisce anche a far godere a tutti il piacere di una sana passeggiata in barca, gustando la natura in sintonia con il benessere del proprio corpo.
Pagina aggiornata il 22/06/2026





































